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Luigi Carnovale.

Why Italy entered into the great war, by Luigi Carnovale online

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pace.

La guerra sara impedita, soltanto quando la predicazione
della pace si trasmutera in alleanza spirituale dei popoli;
soltanto quando la predicazione della pace si trasformera
in intervento armato dei popoli (alleati spiritualmente tra
loro) in difesa delle nazioni deboli che hanno ragione,
aggredite dalle nazioni forti che hanno torto,

Soltanto allora il purissimo sangue della gioventii
italiana, della gioventii di tutto il mondo, che da tre anni
scorre a torrenti sui campi della vecchia Europa, potra
seriamente preludiare alia pace universale. Alia pace uni-
versale duratura tanto bramata dall'umanita, tanto neces-
saria all'umanita.



IL TRADIMENTO 615

VIII
II tradimento.

Dove fu dunque il tradimento che il popolo italiano
commise a danno dell'Austria e della Germania, rompenda
il trattato della Triplice Alleanza ed entrando in guerra o
favore della Serbia, del Belgio, della Francia, dell'Inghil-
terra e della Russia?

In primo luogo bisogna sfatare la leggenda che il governo
monarchico dei Savoia in Italia sia un governo costituzionale
rappresentativo; che il re sia niente, o meno che niente;
che i rappresentanti del popolo — i deputati al Parlamento
nazionale — sienotutto.

II governo monarchico dei Savoia in Italia e — se non
di nome, certo di fatto — un governo eminentemente asso-
luto, dispotico. II re e tutto. E i rappresentanti del popolo
non sono che un bel niente.

II re d'ltalia — in forza dello Statuto (Legge fondamen-
tale dello Stato), che e ancora oggi quello stesso promulgato
da Carlo Alberto il 4 marzo 1848 — ha il diritto di dirigere
personalmente, o a mezzo dei suoi ministri che e lo stesso ^,
tutta la politica estera della nazione.^

Di tale diritto i Savoia s'avvalsero pur troppo. Se ne
avvalse piii di tutti il presente re Vittorio Emanuele III,
a dispetto dei cortigiani e degl'ingenui che sempre lo dipin-
sero e lo decantarono come il piii democratico sovrano
d'Europa.

Vittorio Emanuele III, infatti, rinnovo nel 1912 il
trattato d'alleanza con I'Austria e la Germania (il trattato
della Triplice Alleanza) per la durata d'altri 12 anni, senza

*L'articolo 65 dello Statuto dice:

"II Re nomina e revoca i suoi Ministri".

^ L'articolo 5 dello Statuto dice:

"Al Re solo appartiene il potere esecutivo. Egli e il Capo supremo dello Stato:
comanda tutte le forze di terra e di mare: dichiara la guerra: fa i trattati di pace,
d'alleanza, di commercio ed altri, dandone notizia alle Camere tosto die I'interesse
e la sicurezza dello Stato il permettano, ed unendovi le comunicazioni opportune.
I trattati che importassero un onere alle finanze, o variazione di territorio dello
Stato, non avranno efFetto se non dopo ottenuto I'assenso delle Camere."



616 PARTE QUARTA

punto consultare i deputati al Parlamento nazionale eletti
dal popolo, senza il loro assenso, contro la volonta del popolo,
contro gli stessi interessi della nazione.

Vittorio Emanuele III dichiaro e diresse la guerra
coloniale del 1911-1912 contro la Turchia, senza punto
consultare i deputati al Parlamento nazionale eletti dal
popolo, senza il loro assenso, contro la volonta del popolo.
E solo a pace conclusa, egli — Vittorio Emanuele III — si
degno annunziare ai rappresentanti del popolo, vale a
dire al popolo, che la Libia (Tripolitania e Cirenaica) era
stata conquistata e, con regio decreto, proclamata pro-
vincia italiana.

E non solo la politica estera, ma benanche la politica
interna della nazione e diretta personalmente dal re in
Italia.

Gli onorevoli rappresentanti del popolo discutono e
approvano le leggi della nazione, e vero. Ma tali leggi non
possono andare in vigore, se prima non sono discusse e
approvate dal Senato e sanzionate dal re medesimo ^.

Cos'e il Senato in Italia.'* II Senato in Italia non e
altro che una diretta rappresentanza del re. I senatori,
infatti, non sono eletti dal popolo. Essi sono nominati dal
re, e nominati a vita, tra gente provata, ligia, fedele alia
Corona. Ex deputati monarchici, ministri di Stato, amba-
sciatori, magistrati, generali, ammiragli, alti funzionari
amministrativi, plutocrati. Solo una piccola minoranza
e dal re nominata, e non senza cautele, tra le piii cospicue
figure intellettuali della nazione ^ Ma questa minoranza

* L'articolo 7 dello Statute dice:

"II Re solo sanziona le leggi e le promulga."

* L'articolo 33 dello Statuto dice:

"II Senato e composto di membri nominati a vita dal Re, in numero non limi-
tato, aventi I'eta di quarant'anni compiuti, e scelti nelle categoric seguenti:

1. Gli Arcivescovi e Vescovi dello Stato;

2. II Presidente della Camera dei Deputati;

3. I Deputati dopo tre Legislature, o sei anni di esercizio;

4. I Ministri di Stato;

5. I Ministri Segretari di Stato;

6. (jli Ambasciatori;

7. Gl'Inviati Straordinari, dopo tre anni di tali funzioni;

8. I Primi Presidenti e Presidenti del Magistrate di Cassazione e della Camera
dei Conti;



IL TRADIMENTO 617

non interviene quasi mai alle sedute del Senate; non prende
parte quasi mai alle deliberazioni del Senate; non s'interessa
quasi mai della politica attiva della nazione. E una mino-
ranza astratta, nominata dal re per gettare polvere negli
occhi al popolo, piu che per altro.
Si obiettera:

Ma tra i deputati eletti dal popolo e i senatori nominati dal
re non sorsero mai divergenze, Non si rese mai incompatibile
I'istituto parlamentare impersonato dagli uni, con I'istituto parla-
mentare impersonato dagli altri. II Senato approve sempre le
leggi discusse e votate dalla Camera dei deputati.

£ vero. Ma perche?

Perche la maggioranza dei deputati e composta, al pari
della maggioranza dei senatori, di gente provata, ligia,
fedele alia Corona. E anch'essa una maggioranza nominata
dal re.

"E come?"

Lo dico subito, a edificazione dei cortigiani e degl'ingenui,
i quali s'ostinano a dipingere e decantare la Camera dei
deputati d'ltalia come una diretta, genuina, autentica
rappresentanza del popolo italiano.

9. I Primi Presidenti dei Magistrati di Appello;

10. L'Avvocato Generale presso il Magistrate di Cassazione e della Camera
dei Conti, dopo cinque anni di funzioni;

11. I Presidenti di Classe dei Magistrati di Appello, dopo tre anni di funzioni;

12. I Consiglieri del Magistrate di Cassazione, e della Camera dei Conti, dopo
cinque anni di funzioni;

13. Gli Avvocati Generali o Fiscali Generali presso i Magistrati di Appello,
dopo cinque anni di funzioni;

14. Gli Uffiziali Generali di Terra e di Mare. Tuttavia i Maggiori Generali
e i Contr'Ammiragli dovranno avere da cinque anni quel grado di attivita;

15. I Consiglieri di Stato, dopo cinque anni di funzioni;

16. I Membri dei Consigli di Divisione, dopo tre elezioni alia loro Presidenza;

17. Gli Intendenti Generali, dopo sette anni di esercizio;

18. I Membri della Regia Accademia delle Scienze, dopo sette anni di nomina;

19. I Membri ordinari del Consiglio superiore d'lstruzione pubblica, dopo
sette anni di esercizio;

20. Coloro che con servizi o meriti eminenti avranno illustrata la Patria;

21. Le persone che da tre anni pagano tremila lire d'imposizione diretta in
ragione dei loro beni o della loro industria."

L'articolo 34 dello Statuto dice:

"I Principi della Famiglia Reale fanno di pieno diritto parte del Senato.
Essi seggono immediatamente dopo il Presidente. Entrano in Senato a ventu-
n'anno, ed hanno voto a venticinque."

L'articolo 35 dello Statuto dice:

"II Presidente e i Vice Presidenti del Senato sono nominati dal Re."



618 PARTE QUARTA

Nelle elezioni politiche, nelle elezioni cioe dei deputati
al Parlamento nazionale, il governo italiano presenta
sempre, in quasi tutti i 508 collegi elettorali del Regno, i
suoi candidati monarchici, in contrapposizione dei candidati
che sono antimonarchici o non abbastanza monarchici.

Per fare eleggere siffatti candidati, esso — il governo
italiano — mette febbrilmente in moto tutti gli ufficiali
polizieschi dello Stato (dai piQ alti ai piii bassi). E, da
costoro, fa profondere, in mezzo alle masse elettorali, i
milioni di lire dei cosidetti fondi segreti, smunti dalle tasche
dei contribuenti, dalle vene del popolo; fa profondere
promesse d'impieghi e di favori; fa insomma corrompere,
senza veruno scrupolo. E dove non puo con la corruzione,
esso — il governo italiano — fa minacciare, fa commettere
ogni sorta di soprusi e di violenze. In una delle ultime
elezioni generali politiche, per esempio, I'allora presidente
dei ministri e ministro degl'interni — Giovanni Giolitti —
mando in Sicilia perfino le navi da guerra, per intimidire
(e non solo intimidire!), coi cannoni di grosso calibro,
quegli elettori che s'erano mostrati poco propensi a votare
per i candidati del governo.

Ora, una Camera eletta con sistemi governativi tanto
arbitrari, disonesti, infami, puo essa chiamarsi, in co-
scienza, una vera rappresentanza del popolo? Non e essa,
piuttosto (eccetto la piccola minoranza eletta dagli elettori
ribelli che il governo non puo in nessun modo coartare),
una rappresentanza, sia pure indiretta, del re? E puo
essa aver mai, nel suo seno, una maggioranza che si trovi,
qualche volta, in serio disaccordo col Senato?

Scoppiata nell'estate del 1914 la grande guerra, Vittorio
Emanuele III, che non poteva, per ragioni facili a compren-
dersi, agire direttamente, chiamo in fretta e furia i politi-
canti italiani a lui piii devoti (Giolitti a capo di tutti, come
il piu influente e il piu astuto), e comando loro di moversi,
agitarsi, fare il possibile per creare nella nazione una cor-
rente favorevole agl'Imperi Centrali, per indurre il popolo
italiano a rispettare il trattato della Triplice Alleanza,
schierandosi senz'altro dalla parte dell'Austria e della
Germania.



IL TRADIMENTO 619

II popolo italiano ignorava il contenuto del trattato
della Triplice Alleanza, poiche il re non aveva sentito il
dovere di comunicarglielo. Ma, per notizie pubblicate dai
giornali, esso — il popolo italiano — era riuscito a sapere
che il trattato stesso conteneva una clausola basica esclusi-
vamente difensiva.

E allora perche il re desiderava che I'ltalia scendesse in
campo per difendere I'Austria e la Germania in una guerra
ofFensiva ?

II popolo italiano voile vederci chiaro. E seppe che
Vittorio Emanuele III desiderava ad ogni costo I'intervento
deiritalia nella grande guerra a fianco dell'Austria e della
Germania, per i seguenti motivi:

Primo. Per solidarieta dinastica verso gli Hohenzollern.
Questa dinastia — per avere fondato, il i8 gennaio 1871,
rimpero germanico: per avere dato a siffatto Impero un
impulso, una potenza, una saldezza senza pari — era con-
siderata, almeno fino alio scoppio della grande guerra, come
il prototipo delle dinastie militarmente imperialiste del
mondo. La dinastia di Savoia, anch'essa militarmente
imperialista, non poteva che sentirsi irresistibilmente
attratta verso la sua consorella prototipo. II simile ama il
suo simile. Non poteva che sentire il bisogno d'imitarla.
La dinastia inglese di Brunswick e la dinastia russa dei
Romanow erano troppo legate alia Francia repubblicana.

Secondo. Perche la casa di Savoia era ed e imparentata
con le case regnanti d'Austria e di Germania. Infatti Vit-
torio Emanuele II, primo re d'ltalia, nonno del presente
re Vittorio Emanuele III, sposo Maria Adelaide, figlia di
Giuseppe Ranieri arciduca d'Austria e vicere austriaco del
Lombardo-Veneto dal 1818 al 1848. E questo stesso
arciduca Ranieri aveva sposato, nel 1820, Elisabetta di
Savoia-Carignano sorella di Carlo Alberto. E la vivente
regina Margherita, vedova del secondo re d'ltalia Umberto
I e madre del presente re Vittorio Emanuele III, nacque
dalla principessa Maria Elisabetta, figlia del re Giovanni di
Sassonia. E il vivente principe Tommaso^ fratello della

^ II principe Tommaso e I'attuale luogotenente di Vittorio Emanuele III, cioe
I'attuale vicere d'ltalia.



620 PARTE QUARTA

regina Margherita e zio del presente re Vittorio Emanuele
III, sposo Maria Isabella, figlia del principe Adalberto di
Baviera.

Terzo. Per amicizia personale verso Guglielmo II.
Sono ben note in Italia, anzi in tutta I'Europa, le intime
relazioni d'amicrzia corse tra Guglielmo II di Germania e
Umberto I e Margherita di Savoia, genitori del presente
re Vittorio Emanuele III, e tra lo stesso Guglielmo II e lo
stesso Vittorio Emanuele III.

Quarto. Per interessi finanziari privati. I giornali
nord-americani, ed anche qualche giornale d'ltalia, pubbli-
carono che il presente re d'ltalia Vittorio Emanuele III
aveva investita la somma di cento e piii milioni di lire di
sua privata pertinenza nella casa germanica Krupp (nella
casa che produce migliaia di cannoni all'anno e caldaie,
corazze, vagoni, locomotive, elettromotori; nella casa
che possiede cantieri, piroscafi, miniere di ferro, di carbon
fossile, ecc).

Quinto. Per simpatia verso il popolo tedesco, Molti
uomini nutrirono e nutrono ancora oggi simpatia per il
popolo tedesco. Perche non avrebbe potuto nutrirla anche
Vittorio Emanuele III? Forse ch'egli non era e non e un
uomo soggetto a sentimenti e a passioni come tutti gli
altri uomini?

Sesto. Perche egli — Vittorio Emanuele III — credeva
che I'intervento dell'Italia nella grande guerra a fianco
dell'Austria e della Germania avvantaggiasse la nazione.
Molti cittadini italiani privati credettero e credono tuttavia

10 stesso. Perche non avrebbe potuto crederlo anche
Vittorio Emanuele III? Forse ch'egli non godeva e non gode
i diritti che godono tutti gli altri cittadini italiani?

Settimo. Per qualche trattato segreto in base al quale
Vittorio Emanuele III, Guglielmo II e Francesco Giuseppe
s'obbligavano d'aiutarsi militarmente a vicenda anche in
caso di guerra ofFensiva. Che un simile trattato ci sia stato,
si desume logicamente dal fatto che I'imperatore Guglielmo

11 — per quanto conscio della strapotenza militare germa-
nica: per quanto ambizioso, audace, pazzo — non avrebbe
giammai incoraggiato I'imperatore Francesco Giuseppe a



IL TRADIMENTO 621

provocare la piu pericolosa delle guerre (pericolosa per la
stessa Germania), se egli — Guglielmo II — non fosse stato
piu che sicuro dell'aiuto incondizionato e illimitato del-
I'ltalia. Ne lo stesso Francesco Giuseppe, per quanto
senilmente cocciuto, si sarebbe spinto, come si spinse, fino
agli estremi contro la piccola Serbia.

Giolitti, ch'era debitore alia dinastia di Savoia d'un
quindicennio di dittatura governativa, obbedi ai comandi
del suo re. E, seguito dai suoi satelliti, comincio a lavorare.
Percorse e ripercorse — con misteriosa circospezione e di
notte, piii che di giorno — tutte le vie della capitale. Sail
e scese scale. Confabulo coi piii equivoci figuri indigent e
stranieri. Sudo dozzine di camicie. Ma la sua influenza
e la sua astuzia, per quanto sostenute dall'autorita personale
del sovrano, erano da politicone troppo bacato, erano da
volpone troppo invecchiato. Eppero non sortirono I'efFetto
che in alto si desiderava. Sortirono, invece, un eflPetto
tutto contrario. Infatti il popolo italiano, dopo un refe-
rendum riservatissimo indetto dal governo tra i soldati di
terra e di mare, rispose fieramente ch'esso non si sarebbe
battuto per la Germania e per I'Austria, specialmente per
I'Austria, neanche se glieravesse comandato Domeneddio
in persona. Non solo, ma impose al re la rottura del trattato
d'alleanza con le dette due nazioni; impose la dichiarazione
di neutralita dell'Italia nelle grande guerra; si diede a mani-
festare apertamente e fortemente le sue simpatie per le
nazioni aggredite dagli eserciti di Francesco Giuseppe e di
Guglielmo II.

Vittorio Emanuele III — vista e considerata, con animo
alquanto preoccupato, I'impossibilita d'intervenire nella
grande guerra a favore della Germania e dell'Austria —
chiamo novamente a se Giolitti. E gli comando di moversi,
agitarsi, fare del suo meglio per indurre il popolo italiano a
mantenere almeno la neutralita, a non abbandonarsi a
sentimentalismi esagerati e dannosi.

Giolitti, ch'era debitore alia dinastia di Savoia d'un
quindicennio di dittatura governativa, obbedi ai comandi
del suo re. E, seguito dai suoi satelliti, si ringolfo nel



622 PARTE QUARTA

lavoro con piu zelo, se non con piu fede, di prima. Riordi
intrighi, tenebrosi intrighi. Si spinse, sicuro deU'immunita,
fino ad atti piii che illeciti.

Ma, col passar dei giorni, il popolo italiano vide che la
piccola Serbia era schiacciata; vide che il piccolo Belgio
era schiacciato; vide che la Francia repubblicana stava per
essere schiacciata; vide che I'lnghilterra e la Russia erano
sul punto d'essere anch'esse schiacciate; vide che I'Europa
intera correva rischio di cadere schiava ai piedi del pluto-
cratico militarismo teutonico. E allora, esso — il popolo
italiano — chiese al governo del re I'intervento armato
deiritalia nelle grande guerra, contro i tirannici aggressori.

Vittorio Emanuele III — vista e considerata, con I'anima
piena d'amaritudine, I'impossibilita di mantenere a lungo
la neutralita dell'Italia — chiamo novamente a se Giolitti.
E gli comando di moversi, agitarsi, fare cid che la dispera-
zione del momento richiedeva, per frenare gli ardori bellici
del popolo italiano.

Giolitti, ch'era debitore alia dinastia di Savoia d'un
quindicennio di dittatura governativa, obbedi ai comandi
del suo re. E, seguito dai suoi satelliti, si precipito ancora
una volta a capofitto nei bassi fondi della diplomazia. Ivi,
strisciando con una vilta senza pari, die principio a quei
famosi pour parler col principe von Bulow, che dovevano
ben presto — i pour parler — diventare Tanello intermedio
delle trattative che il governo di Vienna, auspice Guglielmo
II, aveva gia intavolato col governo di Roma, alio scope
di comprare, per mezzo di concession! territoriali e di milioni
di lire, la neutralita permanente dell'Italia. "^

^ La responsabilita personale di Vittorio Emanuele III nei mali passi di Giolitti,
emersa da fatti ormai passati nei dominio della storia, non puo essere distrutta
dai soliti sofismi.

Bisogna esser logici! Bisogna, sopratutto, che il popolo italiano — se vuole
che gli stranieri lo rispettino veramente — s'abitui a dir pane al pane e vino al
vino nelle questioni d'interesse nazionale. Bisogna, cioe, che il popolo italiano
si liberi una buona volta dai pregiudizio legalizzato dall'articolo 4 dello Statuto
Albertino che dice: "La persona del Re e sacra e inviolabile".

Giolitti, per quanto politicamente Iosco, non poteva agire, come agi, per conto
proprio, nei momento in cui la nuova Italia s'accingeva a fare il suo piu arduo passo
nella vita del mondo. ]

Giolitti — da privato, da deputato, da ministro, da presidente dei ministri —
fu sempre un fautore arrabbiato della politica monarchica italiana la piu mili-
tarista. Come poteva egli, all'improvviso, lavorare sinceramente per la pace?



IL TRADIMENTO 623

Si giunse cosi fino agli ultimi d'aprile del 191 5.

Nei primi di maggio del detto anno rimpatrio dalla
Francia Gabriele d'Annunzio.

II poeta, che dall'esilio aveva seguito con dantesca fosco-
liana mazziniana ansieta lo svolgersi degli avvenimenti in
Italia, si schiero immediatamente dalla parte del popolo.
E afFronto con coraggio, risolutezza ed energia mirabili i
nemici interni ed esterni della sua patria (i ruffiani, i barat-
tieri e simile lordura). E li smaschero, li sferzo, li bollo a
sangue.

Allora da milioni di petti eruppe vulcanicamente il
grido di guerra.

Vittorio Emanuele III tremo.

Egli comprese che la sua suprema ora storica era suonata.
II trono gli vacillava sotto i piedi. Un'ulteriore resistenza
neutralista I'avrebbe irremissibilmente perduto.

La mattina del 23 maggio 191 5, egli — a mezzo del suo
ambasciatore a Vienna, duca d'Avarna — dichiaro guerra
a Francesco Giuseppe d'Austria.

Cosi ritalia entro nell'immane macello.

Ma il popolo italiano, con tale entrata, non commise
nessun tradimento.

II popolo italiano impose la rottura del trattato della

Giolitti fu sempre dalla parte delle maggioranze parlamentari e popolari, anche
quando queste si trovarono dalla parte del torto. Come poteva egli, aU'improvviso,
passare dalla parte della minoranza, e della minoranza socialista ch'egli aveva
combattuto sempre e dalla quale era stato sempre combattuto asprissimamente?
Come poteva egli, maestro d'opportunismo, mettersi contro corrente?

Giolitti, come statista di mediocrissimo calibro, aveva raggiunto I'apice della
grandezza politica in Italia (la presidenza dei ministri), e vi si era mantenuto piu
di qualsiasi altro statista. Alia vigilia dell'entrata in guerra dell'Italia, egli era
ancora I'arbitro supremo del Parlamento nazionale italiano, della vita politica
italiana. Perche doveva egli arrischiare una tale posizione, quando il rischio,
anche se riuscito, non avrebbe potuto mai dargli una posizione piu alta?

Giolitti, durante il suo lungo potere governativo, era riuscito a formarsi una
posizione finanziaria piu che solida. E poteva ancora continuare, con la massima
facilta, ad ammassar denari, senza dar troppo nell'occhio. Perche doveva egli,
quasi pubblicamente, vendersi com'un pezzente qualunque agli agenti dell'Austria
e della Germania, quando una tale vendita costituiva — ed egli lo sapeva bene —
la sua completa rovina morale?

Giolitti, da perfetto servitore, non fece altro che sacrificarsi al padrone che
I'aveva tanto beneficato. Egli prefer! chiudere ibridamente la sua ibrida vita
pubblica, piiittosto che commettere, nel momento della piu dura prova (dura prova
per Vittorio Emanuele III) un atto d'ingratitudine contro il suo re; piuttosto che
compromettere la persona "sacra e inviolabile" del suo re.

Questa e la verita.



624 PARTE QUARTA

Trlplice Alleanza, perche il trattato stesso non era stato
stipulate ne approvato da lui: dal popolo.
Si obiettera:

Un popolo, il quale si fa governare da un re e da uno
statuto, deve necessariamente rispettare gli atti the il detto re
compie in base al detto Statuto.

E vero. Ma bisogna pur considerare che il popolo
italiano, imponendo la rottura del trattato della Triplice
Alleanza stipulate dal re, e agendo in opposizione a quanto
il trattato stesso stabiliva, dimostro chiaro e tondo ch'esso

— il popolo italiano — non intendeva seguire piii la vecchia
via (fatto, questo, oltremodo significativo); dimostro ch'esso

— il popolo italiano — e disposto a rispettare il re e lo
Statuto, soltanto quando I'uno e I'altro sanno rendersi
interpreti dei bisogni e della volonta della nazione, non
quando essi — il re e lo Statuto — si rivelano, massime
nella pratica e nei momenti piu gravi e decisivi della vita
della patria e del mondo, contrari ai sentimenti e agl' inte-
ressi nazionali del popolo stesso, contrari ai suoi ideali
umani.

Del resto, neanche Vittorio Emanuele III, in ultima
analisi, commise un tradimento vero e proprio, rompendo
il trattato della Triplice Alleanza e dichiarando guerra
all'Austria: per la semplice ragione ch'egli, quando stipulo
il trattato stesso, non poteva prevedere la levata di scudi
del popolo italiano.

Vittorio Emanuele III, quando stipulo il trattato della
Triplice Alleanza, era sicuro, com'erano sicuri i suoi colleghi
Francesco Giuseppe e Guglielmo II — specialmente Gu-
glielmo II — che il popolo della nuova Italia avrebbe eseguito
ciecamente la volonta del suo re, come aveva fatto sempre
nel passato.

Invece il popolo della nuova Italia, che aveva sempre, e
vero, rispettato ed eseguito ciecamente la volonta del suo
re, si rifiuto di rispettarla ed eseguirla in occasione della
grande guerra.

Ma Vittorio Emanuele III, come abbiam visto, non
manco di fare del suo meglio per richiamare all'antica obbe-



IL TRADIMENTO 625

dienza il suo popolo. Appena scoppiata la grande guerra
nell'estate del 1914, egli, per ottemperare agli obblighi da
lui assunti verso Francesco Giuseppe e Guglielmo II, fece
propagare dal fido Giolitti e dai suoi satelliti che il popolo
italiano, se voleva evitare I'onta eterna del disonore, doveva
rispettare i trattati, scendendo in campo a favore delle due
nazioni alleate Austria e Germania. II popolo della nuova
Italia, non esclusi i soldati in mezzo ai quali si fece il referen-
dum, rispose invece fermamente che non avrebbe giammai
impugnato le armi per difendere le dette due nazioni,
specialmente I'Austria. E impose la neutralita.

Vittorio Emanuele III s'affanno a mantenere almeno la
neutralita. II popolo della nuova Italia, vedendo che la
neutralita avrebbe egualmente assicurato la vittoria ai due
imperatori aggressori alleatisi per giunta col sultano di



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